Omelia alla solenne messa da requiem pontificia per il Vescovo Joseph Grech

Alle tre del pomeriggio del 28 Dicembre – ora della morte di nostro Signore – Joseph Angelo Grech, sesto Vescovo di Sandhurst, esalò il suo ultimo respiro. È avvenuto nel pieno dell’Ottava di Natale, mentre stavamo celebrando la nascita, sebbene, quando è morto il Vescovo Joe, l’ombra della morte incombesse sulla festa degli Innocenti. Il trapasso è stato sereno – infatti appena percepibile. Molti di noi eravamo presso il letto, ma P. Karmel Borg, da molti anni amico stupendo e saggia guida di Joe, stava seduto un poco in disparte, ad osservare il monitor che mostrava l’affievolirsi della vita. Fu Karmel a notare il momento della morte, balzò in piedi, si accostò al letto e disse in un modo che non dimenticherò mai: “Addio, Joe”. C’era così tanto in quelle parole semplici – tanto umane, tanto piene di fede, amabili e riconoscenti: “Addio, Joe”. Sono parole cui facciamo eco questo pomeriggio, parole di commiato e di gratitudine come solo i cristiani possono esprimere davanti alla morte. Allontanandomi dall’ospedale, pensai alla poesia di T. S. Eliot, “Il Viaggio dei Magi”, immaginai le parole pronunziate da uno dei Magi, anziano, non inappropriate in questo 6 gennaio: “…fummo guidati lungo tutta quella strada per / Nascita o Morte? / Ci fu una Nascita, certamente, / Ne avemmo prova e nessun dubbio. / Ho visto nascita e morte / Ma avevo pensato fossero diverse.” Quel 28 dicembre abbiamo assistito a una morte o a una nascita? Ci fu una morte, certamente; ne avemmo la prova e nessun dubbio. Non c’è stata una via di ritorno per Joe. Ma c’è stata sicuramente una via d’uscita – una grande nascita in Dio, preannunciata tanto tempo fa nel battesimo di Joe. Nella vita del Vescovo Joe ci sono state molte piccole morti per prepararlo alla morte avvenuta la scorsa settimana. Lo incontrai per la prima volta quaranta anni fa quando venne per iniziare gli studi teologici al Corpus Christi College a Melbourne. L’Arcivescovo Gonzi di Malta aveva detto ai suoi molti seminaristi che potevano andare dovunque nel mondo a terminare la loro formazione, lavorare per sette anni nella diocesi che avrebbero scelto e quindi decidere se tornare a Malta o meno.

Dapprima Joe voleva andare in America, ma alla fine decise per l’ Australia e venne a Melbourne. Fece presto a sistemarsi, si dimostrò uno studente brillante e un ottimo compagno, fu ordinato a Malta nel 1974 e tornò a Melbourne a lavorare. Dopo i sette anni assegnati, Joe decise di rimanere per la vita. E quale vantaggio è stato per noi! Un punto di svolta per Joe giunse ben presto nella sua vita sacerdotale quando fu toccato dal rinnovamento carismatico, e quanto è giusto che le letture di questa Messa abbiano parlato del dono dello Spirito Santo. Per molti aspetti il ministero di Joe era il capolavoro dello Spirito Santo. A questo proposito aveva un tocco di Pentecoste, la sensazione di un nuovo inizio, le cui radici tuttavia penetravano profondamente nella potente eredità della fede Maltese. In tempi precedenti il rinnovamento carismatico era considerato un qualcosa di esotico, perfino un po’ sospetto. Essendo maltese, Joe era abbastanza esotico, ma essere maltese e carismatico significava essere esotico alla seconda potenza. Ripensando ora al passato, vedo che la carriera di Joe Grech riflette il modo in cui il rinnovamento carismatico è passato dal margine al centro della vita della Chiesa. Ora troviamo dovunque la sua influenza. Dopo alcuni anni come Prete Assistente, Joe fu fatto Parroco di East Brunswick, che sotto l’influenza del rinnovamento carismatico diventò un centro di vibrante vita cattolica. Fu poi mandato a studiare a Roma, e questo aggiunse spessore e profondità all’ impulso carismatico che si stava rafforzando nella sua vita. Al ritorno da Roma, Joe fu nominato cappellano a tempo pieno del rinnovamento carismatico cattolico nell’ Arcidiocesi, e questo fece di lui il padrino dei molti gruppi di preghiera, in particolare di lingua italiana, che spuntavano a Melbourne e più lontano. Fondò anche delle scuole di evangelizzazione che suscitarono energia per la missione, trasformando gli ascoltatori della Parola in araldi della Parola. Tutto questo fu un ministero essenziale, senza il quale molti sarebbero andati altrove. Aiutò anche il resto di noi a vedere che la sola via d’uscita per la Chiesa è diventare più missionaria. Eppure si può dire che in qualche modo ciò fece sembrare Joe una presenza marginale nell’ Arcidiocesi, un personaggio sempre più esotico, sottovalutato da alcuni, come lo è stato in tempi diversi per tutta la vita. Un segno che nella Chiesa le cose stessero cambiando giunse quando l’ Arcivescovo Pell scelse Joe come direttore spirituale del seminario, un incarico che sorprese alcuni che non conoscevano Joe oppure che lo sottovalutavano. Ci fu la stessa reazione quando per un periodo rimase come Vicario Generale e ancor più quando fu nominato Vescovo Ausiliario di Melbourne.

L’uomo dall’apparenza esotica proveniente da Malta si era spostato decisamente al centro, ed era un segno di quanto stesse accadendo nella Chiesa in questo paese e in tutto il mondo. Per Joe, significò lasciare indietro tante cose che amava: è stata una morte o una nascita? La sua ordinazione episcopale – alla quale purtroppo non ho potuto partecipare – fu a detta di tutti un’occasione indimenticabile. Fu un trionfo non tanto per lo stesso Joe quanto per tutti quelli che si erano sentiti al margine della vita della Chiesa, in particolare forse per quelli delle comunità etniche non appartenenti alla tribù Anglo-Celtica. Il Vescovo Joe si trasferì poi alla regione Occidentale dell’ Arcidiocesi per la quale pareva tanto adatto. Chiaramente pensava che là avrebbe trascorso il resto della vita. Si dispose a progettare e a costruire una casa nel West Footscray – e che casa era quella! Conosciuta affettuosamente come Casa Costalot, era quasi finita quando il Vescovo Joe fu designato alla diocesi di Sandhurst. Non ha mai vissuto nella casa che ha costruito, ma io sì: e quindi, grazie Joe...molto obbligato. L’ appuntamento a Bendigo fu una notizia bomba che non vide arrivare, e fino al giorno della morte, penso se ne sia chiesto il motivo. Fu morte o nascita? Qualunque cosa si chiedesse, Joe si applicò alla missione con tutti i suoi doni. Alla diocesi portò fede, energia, umanità, entusiasmo, incoraggiamento semplicità – tutti doni dello Spirito. Diventò un vescovo della boscaglia, e solo perché Gesù è Signore. Il Vescovo Joe può esser stato disorientato dalla chiamata, ma l’ha ascoltata nella voce di Gesù. “Mi ha mandato a portare la buona novella” (Is. 61,1): era la sua risposta. E così andò nella boscaglia, a Bendigo e molto oltre. Il ragazzo di Balzan aveva fatto molta strada. Intanto, all’interno del rinnovamento carismatico il Vescovo Joe diventava sempre più un personaggio internazionale, e avrebbe potuto viaggiare a tempo pieno come predicatore e maestro. Gli inviti arrivavano numerosi, e per Joe non era facile conciliare questi con i crescenti impegni nella diocesi e nella Conferenza Episcopale. Talvolta la gente dimentica che tutti i vescovi sono coinvolti su tre livelli – locale, nazionale e internazionale. La maggior parte della gente vede solo il locale. Ma alcuni vescovi sono più coinvolti di altri a livello nazionale e internazionale – e Joe Grech era uno di questi. Oggi qui è bene che ricordiamo che la morte del Vescovo Joe sarà rimpianta in tutto il mondo perché era un siffatto servo della Chiesa uiversale. Con tutta la sua vivacità, c’era un aspetto più triste per il Vescovo Joe – in particolare forse dopo aver sfiorato la morte quando emerse per la prima volta la sua malattia del sangue. Mi disse di come quella malattia avesse scosso la sua fiducia; mi parlò del peso della solitudine, in particolare quando viaggiava da solo; parlò di quanto trovasse stressante il conflitto che viene ad ogni vescovo; parlò di una spossatezza prolungata – in realtà una volta si addormentò su di me durante un pranzo a Roma. Questo per la mia brillante conversazione. In modi non sempre ovvii, il Vescovo Joe dovette lottare con l’angelo caduto, da solo e a mezzanotte.

Eppure molte delle cose migliori di Joe Grech vennero da quella lotta. Portò una croce, ma era la croce del Signore Gesù perché, lungi dal distruggerlo, lo rese quello che era. Fu morte e nascita? Siamo riuniti nella Sacred Heart Cathedral per dire: “Addio Joe”. Ma diciamo anche, “Grazie, Joe: grazzi hafna!” Grazie per le tante cose belle e sorprendenti attraverso la tua vita bella e sorprendente, interrotta in un modo che né tu né noi ci saremmo mai aspettati. Proprio il giorno in cui il tipo grassoccio che veniva da Malta arrivò a Melbourne, quarant’anni fa, chi avrebbe mai immaginato il percorso che gli si stava aprendo dinanzi? Chi avrebbe pensato che lo avremmo seppellito come Vescovo di Sandhurst? Quanto è stato tutto strano, sorprendente, ma quanto meraviglioso e quale dono! Per questo i nostri ringraziamenti non vanno solo al Vescovo Joe ma a Dio che è Colui senza il quale non si può capire niente del Vescovo Joe Grech, niente nella vita e niente nella morte. Mi allontanai dal letto di morte e mi incammini nella luce del sole. Pensai agli Innocenti (Santi Innocenti?). Ebbi una visione gioiosa degli infanti di Betlemme, ora tutti sorridenti, che prendevano Joe per mano e lo conducevano presso Dio dal lato opposto della morte e dicevano a Dio : “Guarda chi abbiamo trovato”. Joe, sono certo, sarebbe stato nel suo elemento con i piccoli. In lui c’era il tocco gentile del bambino, ed era sempre straordinario con i giovani. Dio riconoscerà immediatamente Joe e gli dirà semplicemente: “Grazie per tutto quello che hai fatto, servo buono e fedele, testimone appassionato e gioioso”. E Joe risponderebbe in quel suo modo, “Lode a Dio”.

Joseph Angelo Grech nacque il 10 Dicembre ed è morto il 28 Dicembre; fu ordinato prete il 30 Novembre e vescovo il 10 Febbraio – tutto in estate (in Australia). Era proprio un frutto dell’estate, proprio un figlio del sole: quante volte la gente lo ha chiamato caloroso? Ora noi preghiamo, nella fede della Pasqua, che oltre la grande nascita, il Vescovo Joe entri nel sabbath (sabato) eterno di Dio dove il sole non tramonta mai e dove la pace è completa, “la pace della tranquillità”, come dice S. Agostino, “la pace del sabbath, una pace senza sera” (Confessioni). Dona a lui il riposo eterno, oh Signore, e la luce perpetua risplenda su di lui. Che riposi in pace. Amen. Mark Coleridge Arcivescovo di Canberra e Goulburn



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